Me gusta escribir. Esta es la única realidad segura, junto a Dios y a mis afectos, que tengo en este momento. Lo demás son obligaciones más o menos pesadas, más o menos agradables. El hecho es que una vez una ha llegado al núcleo de su ser y lo ha entendido, no puede girarse hacia otro lado y hacer como si no quiere la cosa, pero tampoco puede parar el mundo.
Los niños tienen que seguir creciendo de forma sana y feliz y la educación que tú transmites en cada momento es un equipaje demasiado valioso como para no dedicarle el tiempo necesario.
La pareja hay que alimentarla constantemente para que la monotonía, siempre al acecho, no se tome demasiado terreno. Hay que luchar y eso requiere energía.
Es imprescindible que a su vez crezca tu persona, pues sino no tendrás nada que dar, que compartir, que describir. Para ello es bueno cuidad tu salud, conocer y admirar sitios nuevos para así ampliar los propios horizontes, enriquecerte con las conversaciones e opiniones de seres inteligentes, divertidos o simplemente de buen corazón, disfrutar de la cercanía de la gente que te quiere.
Todo esto es ya una vida, por no hablar de las letras, que solas no se pagan. ¿Cómo se hace para escribir? ¿De dónde pueden salir esas horas de soledad en las que tu cabeza puede volar ligera a otra dimensión? ¿Y sobretodo, cómo se hace para volver?
Haría falta un cuerno mágico como el de Narnia.
6.9.08
El Bien y el Mal
La eterna lucha entre el bien y el mal. Es el grande tema entre los pre-adolescentes más o menos críos, aunque esté decorado de magias varias, animales mitológicos, reyes y príncipes. Y en el fondo es el núcleo de las preocupaciones de los adultos, también. Cada día, cada pequeña decisión, cada bifurcación de nuestra vida, tiene matices de bien y de mal y estamos constantemente eligiendo el camino que queremos recorrer. El problema es que los adultos tenemos una cierta tendencia a equivocarnos una y otra vez. O quizá es que a veces nos conviene olvidarnos de lo que representa el bien con la mayúscula, nuestro gran león milagroso con respuestas para todo. Es sólo que el camino que nos indica a menudo es el menos simple y no nos gusta, así que nos hacemos los sordos, buscando ésta o aquélla excusa razonable.
5.9.08
Las crónicas de Narnia. El príncipe Caspian.
Uno debería ir a ver este tipo de películas de magia y fantasía siempre con un niño al lado. Tienen la facultad de catapultarte en una dimensión que de otro modo un adulto no alcanzaría en condiciones normales, a menos de ser un genio como Steven Spielberg, Tolkien o como el autor del libro que ha inspirado esta película, C.S. Lewis. En realidad se trata de diversos libros con el mismo hilo conductor y se consideran un clásico de la literatura infantil. En esta segunda parte, la fuerza de la mitología y la magia de los cuentos de hadas intentan sobrevivir a pesar del prosaico modo de vivir de algunos humanos que han perdido la brújula y a los que el mal está corroendo poco a poco. El bien se contrapone a esta situación a través de la idealización de un león con poderes mágicos capaz de entender, razonar, amar y comunicar en el idioma de los humanos.
Los colegiales anglosajones Peter, Susan, Edmund y Lucy Pevensie, antiguos reyes de Narnia, vienen llamados a salvar su pueblo. La llamada desesperada a través de un cuerno del príncipe heredero del reino de los hombres al que han querido asesinar, transporta mágicamente los reyes a una playa de Narnia. Y que playa, señores. Azul intenso en contraste con la clarísima arena salpicado con las formas caprichosas de las rocas. Una gran paz inunda la pantalla, una gran alegría se apodera de los chavales. La fotografía de estos pasajes de la película en los que aparecen las ruinas de la ciudad destruida encima del acantilado y vistas panorámicas de toda la zona, te hacen sentir de verdad que un mundo mejor se ha perdido. El resto, tendreis que ir a verlo al cine.
Los colegiales anglosajones Peter, Susan, Edmund y Lucy Pevensie, antiguos reyes de Narnia, vienen llamados a salvar su pueblo. La llamada desesperada a través de un cuerno del príncipe heredero del reino de los hombres al que han querido asesinar, transporta mágicamente los reyes a una playa de Narnia. Y que playa, señores. Azul intenso en contraste con la clarísima arena salpicado con las formas caprichosas de las rocas. Una gran paz inunda la pantalla, una gran alegría se apodera de los chavales. La fotografía de estos pasajes de la película en los que aparecen las ruinas de la ciudad destruida encima del acantilado y vistas panorámicas de toda la zona, te hacen sentir de verdad que un mundo mejor se ha perdido. El resto, tendreis que ir a verlo al cine.
4.9.08
Navalahija, riportati alla luce resti di un insediamento del periodo visigoto.

Navalahija era un villaggio del secolo VII d. C. parte del quale è stato liberato dalla terra, che lo aveva coperto parzialmente per secoli, grazie al lavoro di un team di trenta persone, fra cui archeologi e ricercatori, ma anche volontari del comune di Colmenar Viejo (Madrid), che ha finanziato lo scavo. Le notizie qui riportate sono frutto di una visita organizzata dal comune in situ il 20 agosto 2008, ultimo giorno di attività del team, in cui l’archeologo Fernando Colmenarejo, direttore degli scavi, ha illustrato in modo semplice e professionale le varie scoperte.
Si aveva un’idea abbastanza chiara di come potevano essere distribuite le abitazioni, giacché un chilometro più in là sei campagne archeologiche avevano scoperto un altro insediamento. All’epoca le case non si distribuivano intorno alla chiesa, nonostante fossero cristiani, ma ciascuna era costruita al centro di appezzamento di terra presumibilmente delimitato, nel quale erano custoditi gli animali non solo da cortile, ma anche ovini e bovini. Questa zona, a nord di Madrid, non era agricola ma di allevamento e la dobbiamo immaginare ricoperta da vaste foreste. Inoltre nelle vicinanze si sa che c’era una miniera.
L’abitazione appena scavata consta di quattro stanze, tre delle quali avevano avuto sicuramente un tetto di tegole. Ci sono due entrate diverse. Una si dirige alla zona dove sono stati trovati cocci e utensili vari, per cui probabilmente era la casa vera e propria. L’altra ad una stanza nel cui centro si trovava una grande pietra circolare: una fucina. L’ultimo pezzo di terra circondato da muro conteneva una enorme quantità di scorie che sarà analizzata in un secondo momento dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Madrid.
La ceramica trovata è stata fatta analizzare da un ceramista della zona e la sua opinione è che la composizione della stessa è uguale o molto simile a quella del terreno della zona, da ciò si può ragionevolmente ipotizzare che gli abitanti della zona si costruivano i propri utensili.
Per adesso non sono stati trovati resti di tombe, così come negli altri insediamenti dei dintorni, ciò rafforza la convinzione, anche se ancora non dà la certezza che i defunti venissero portati alla necropoli visigotica scoperta nel terreno a poco più di un chilometro in linea d’aria conosciuto come Ermita de Nuestra Señora de los Remedios.
L’escursione del 20 agosto 2008, promossa dal Comune e organizzata dal Centro de Cultura Pablo Neruda ((+ 39 91 845 77 26, dalle 10,00 alle 13,00), comprendeva la visita di tutti e due i luoghi: lo scavo di Navalahija ancora in funzione, ma che sarebbe stato coperto da un telo protettivo in giornata chiudendo la prima campagna di scavi fino a nuovo ordine e la necropoli visigotica della Ermita de los Remedios. Tutti ci auguriamo che il comune sia in grado di continuare a stanziare fondi per altre campagne archeologiche.
Si aveva un’idea abbastanza chiara di come potevano essere distribuite le abitazioni, giacché un chilometro più in là sei campagne archeologiche avevano scoperto un altro insediamento. All’epoca le case non si distribuivano intorno alla chiesa, nonostante fossero cristiani, ma ciascuna era costruita al centro di appezzamento di terra presumibilmente delimitato, nel quale erano custoditi gli animali non solo da cortile, ma anche ovini e bovini. Questa zona, a nord di Madrid, non era agricola ma di allevamento e la dobbiamo immaginare ricoperta da vaste foreste. Inoltre nelle vicinanze si sa che c’era una miniera.
L’abitazione appena scavata consta di quattro stanze, tre delle quali avevano avuto sicuramente un tetto di tegole. Ci sono due entrate diverse. Una si dirige alla zona dove sono stati trovati cocci e utensili vari, per cui probabilmente era la casa vera e propria. L’altra ad una stanza nel cui centro si trovava una grande pietra circolare: una fucina. L’ultimo pezzo di terra circondato da muro conteneva una enorme quantità di scorie che sarà analizzata in un secondo momento dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Madrid.
La ceramica trovata è stata fatta analizzare da un ceramista della zona e la sua opinione è che la composizione della stessa è uguale o molto simile a quella del terreno della zona, da ciò si può ragionevolmente ipotizzare che gli abitanti della zona si costruivano i propri utensili.
Per adesso non sono stati trovati resti di tombe, così come negli altri insediamenti dei dintorni, ciò rafforza la convinzione, anche se ancora non dà la certezza che i defunti venissero portati alla necropoli visigotica scoperta nel terreno a poco più di un chilometro in linea d’aria conosciuto come Ermita de Nuestra Señora de los Remedios.
L’escursione del 20 agosto 2008, promossa dal Comune e organizzata dal Centro de Cultura Pablo Neruda ((+ 39 91 845 77 26, dalle 10,00 alle 13,00), comprendeva la visita di tutti e due i luoghi: lo scavo di Navalahija ancora in funzione, ma che sarebbe stato coperto da un telo protettivo in giornata chiudendo la prima campagna di scavi fino a nuovo ordine e la necropoli visigotica della Ermita de los Remedios. Tutti ci auguriamo che il comune sia in grado di continuare a stanziare fondi per altre campagne archeologiche.
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3.9.08
Volviendo de Navalahija, nos aconsejan ir a visitar Recópolis, ciudad visigoda

El saber es como el laberinto del Minotauro, hace falta el filo de Arianna para continuar el camino sin perderse. Volviendo de la excursión a Navalahija y a la Ermita de Nuestra Señora de los Remedios organizada el 20 de agosto 2008 por el Colmenar Viejo , Roberto, el guía, nos habló de una de las ciudades visigodas más espectaculares y mejor conservadas: Recópolis. Es el único yacimiento conocido en Europa correspondiente a una ciudad visigoda y fue declarado Conjunto Histórico Artístico en 1946. Se encuentra en Zorita de los Canes , Guadalajara. He encontrado fotos en la web y os las enlazo para que las veais y os hagais una idea de como eran las ciudades en aquélla época. El sitio habla en general de los orígenes de Iberia , así que podeis cambiar periodo, si os apetece. Argeguias, sin embargo, os podrá ayudar si os interesa más concretamente el arte visigodo.
Soy de la opinión que cualquier lugar al que vas y del que te llevas un trozo en el alma o en tu inteligencia, debe dejarte un rayo de luz hacia el que dirigirse o que te haga desear volver para conocer ese aspecto particular que no tuviste tiempo de profundizar. Bien, Navalahija nos dejó ganas de participar como voluntarios si se abre el próximo verano otra excavación arqueológica y curiosidad suficiente como para establecer la ciudad visigótica de Recópoli como próxima meta de turistas. Por ahora nos conformamos con observar las fotos que wikipedia nos ofrece.
***
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María Clara Fuerte
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2.9.08
Visita guiada gratuita a la Ermita de los Remedios


El 20 de agosto el autocar nos transladó desde la Dehesa de Villavillar, donde habíamos visitado el asentamiento rural hispanovisigodo de Navalahija (siglo VII d. de C), hasta el recinto de la Ermita de los Remedios, que señala el final de la comarca de Colmenar Viejo y en cuyo interior se encuentra una necrópolis visigótica del mismo periodo (siglos VI y VIII de nuestra era). Se piensa, visto que no han venido hasta ahora a la luz cuerpos enterrados en las cercanías de Navalahija ni del asentamiento situado un kilómetro más allá, que el lugar hoy recinto de la Ermita hacía de cementerio a diversas localidades.
Las tumbas se encuentran reunidas en una elevación de terreno y todas las cabeceras miran hacia el mismo lugar, ocupado hoy por la Ermita. Se cree que allí se enterró una persona santa y la creencia cristiana de una vida tras la muerte llevó a los habitantes de la zona a elegir reposar junto a ella. En algunas aún se conserva el “cojín” de piedra para apoyar la cabeza.
La Comunidad de Madrid ha promovido la construcción de un techo de madera para proteger los restos arqueológicos de la intemperie y de un puente del mismo material desde el cual se pueden observar cómodamente los lechos, las pesadísimas piedras que antaño los cubrían y los paneles explicativos del material que en en ellos se encontraron durante la excavación.
Alejándonos de la necrópolis hacia el sur se pueden observar restos de hábitat de un periodo diverso aún sin investigar y al fondo el mirador ofrece la vista panorámica de La Pedriza, el embalse de Santillana, Soto del Real y alrededores.
La construcción de la Ermita está datada en el 1670 y desde entonces ha sufrido numerosas reformas. Nació como lugar de culto a San Bartolomé. Cuenta la leyenda que un pastor un día se encontró en aquéllos lares la imagen de la Virgen de los Remedios y decidió llevársela a Soto del Real, lugar donde vivía. La imagen desapareció. El pastor volvió a encontrársela en la misma elevación de terreno e insistió en llevársela a Soto, donde se volatilizó de nuevo. Siempre en el mismo lugar se la encontró de nuevo. El pueblo de Colmenar interpretó el caso como un deseo expreso de permanecer en los términos de la comarca (el recinto de la Ermita delimita la “frontera” entre los dos pueblos) y comenzó a alimentar una gran devoción por la Virgen de los Remedios que ha ido creciendo con los siglos. Hoy en día Nuestra Señora de los Remedios es la patrona de Colmenar Viejo y el último viernes de agosto viene acompañada en procesión desde la Ermita hasta el pueblo para la inauguración de las fiestas anuales en el Canto de la Virgen.
La imagen que conocemos no es la que el pastor encontró. Aquélla era una típica imágen del siglo XVII tallada de modo simple en madera y vestida magestuosamente. En 1914 la enviaron a reparar a un taller madrileño y allí descubrieron que en su interior escondía una imagen del siglo XII-XIII mucho más pequeña. Dieron a elegir al cura entre una y otra. Siendo la segunda rara y la primera bastante frecuente, se decidió por la que hoy pasea por las fiestas.
En las entrañas de la nave central se puede observar a través del vidrio y gracias a la iluminación de la que ha sido dotada, un poco frecuente enterramiento de una madre y su bebé de época anterior a la construcción de la Ermita.
En uno de los laterales permanece aún practicamente intacto un mojón romano con inscripciones latinas que señalaban el término de un territorio y el inicio de otro. Es el único que se conserva en la Comunidad de Madrid.
Tanto el artesonado como el arco que anteceden el altar recuerdan tiempos de arte mudéjar, mientras que el gran pórtico de granito que nos saluda antes de entrar a la ermita procede de un antiguo Hospital.
Como curiosidad adquirida en un segundo momento gracias a una de las publicaciones que el Ayuntamiento de Colmenar Viejo se está preocupando de difundir para dar a conocer los acontecimientos acaecidos en su territorio, sabemos que los equipos de produción de Samuel Bronston eligieron la finca de la Ermita para rodar la película “El Cid”, dirigida por Anthony Mann y protagonizada por Charlton Heston y Sophia Loren. El papel de la Ermita consistía en interpretar el monasterio de San Pedro de Cardeña, donde la reina Urraca y Rodrigo Díaz de Vivar van a visitar a Doña Jimena. Los paisajes de alrededor fueron escenarios de diversas batallas.
Otras interpretaciones del tan amado edificio fueron para revivir una romería durante la invasión napoleónica en “El mensaje” de Fernando Fernán Gómez y como escenario de varios westerns como “La furia de los siete magníficos” de Paul Wendklos, “Al infierno, gringo” de Nathan Juran o “Salario para matar” de Sergio Corbucci. De este modo se puede contemplar el cambio del aspecto exterior de la Ermita desde 1953 hasta 1968.
La Ermita de los Remedios se encuentra en el kilómetro 2,600 de la carretera M-625 en el tramo Colmenar-Guadalix de la Sierra, a unos cinco kilómetros del pueblo de Colmenar.
***
Las tumbas se encuentran reunidas en una elevación de terreno y todas las cabeceras miran hacia el mismo lugar, ocupado hoy por la Ermita. Se cree que allí se enterró una persona santa y la creencia cristiana de una vida tras la muerte llevó a los habitantes de la zona a elegir reposar junto a ella. En algunas aún se conserva el “cojín” de piedra para apoyar la cabeza.
La Comunidad de Madrid ha promovido la construcción de un techo de madera para proteger los restos arqueológicos de la intemperie y de un puente del mismo material desde el cual se pueden observar cómodamente los lechos, las pesadísimas piedras que antaño los cubrían y los paneles explicativos del material que en en ellos se encontraron durante la excavación.
Alejándonos de la necrópolis hacia el sur se pueden observar restos de hábitat de un periodo diverso aún sin investigar y al fondo el mirador ofrece la vista panorámica de La Pedriza, el embalse de Santillana, Soto del Real y alrededores.
La construcción de la Ermita está datada en el 1670 y desde entonces ha sufrido numerosas reformas. Nació como lugar de culto a San Bartolomé. Cuenta la leyenda que un pastor un día se encontró en aquéllos lares la imagen de la Virgen de los Remedios y decidió llevársela a Soto del Real, lugar donde vivía. La imagen desapareció. El pastor volvió a encontrársela en la misma elevación de terreno e insistió en llevársela a Soto, donde se volatilizó de nuevo. Siempre en el mismo lugar se la encontró de nuevo. El pueblo de Colmenar interpretó el caso como un deseo expreso de permanecer en los términos de la comarca (el recinto de la Ermita delimita la “frontera” entre los dos pueblos) y comenzó a alimentar una gran devoción por la Virgen de los Remedios que ha ido creciendo con los siglos. Hoy en día Nuestra Señora de los Remedios es la patrona de Colmenar Viejo y el último viernes de agosto viene acompañada en procesión desde la Ermita hasta el pueblo para la inauguración de las fiestas anuales en el Canto de la Virgen.
La imagen que conocemos no es la que el pastor encontró. Aquélla era una típica imágen del siglo XVII tallada de modo simple en madera y vestida magestuosamente. En 1914 la enviaron a reparar a un taller madrileño y allí descubrieron que en su interior escondía una imagen del siglo XII-XIII mucho más pequeña. Dieron a elegir al cura entre una y otra. Siendo la segunda rara y la primera bastante frecuente, se decidió por la que hoy pasea por las fiestas.
En las entrañas de la nave central se puede observar a través del vidrio y gracias a la iluminación de la que ha sido dotada, un poco frecuente enterramiento de una madre y su bebé de época anterior a la construcción de la Ermita.
En uno de los laterales permanece aún practicamente intacto un mojón romano con inscripciones latinas que señalaban el término de un territorio y el inicio de otro. Es el único que se conserva en la Comunidad de Madrid.
Tanto el artesonado como el arco que anteceden el altar recuerdan tiempos de arte mudéjar, mientras que el gran pórtico de granito que nos saluda antes de entrar a la ermita procede de un antiguo Hospital.
Como curiosidad adquirida en un segundo momento gracias a una de las publicaciones que el Ayuntamiento de Colmenar Viejo se está preocupando de difundir para dar a conocer los acontecimientos acaecidos en su territorio, sabemos que los equipos de produción de Samuel Bronston eligieron la finca de la Ermita para rodar la película “El Cid”, dirigida por Anthony Mann y protagonizada por Charlton Heston y Sophia Loren. El papel de la Ermita consistía en interpretar el monasterio de San Pedro de Cardeña, donde la reina Urraca y Rodrigo Díaz de Vivar van a visitar a Doña Jimena. Los paisajes de alrededor fueron escenarios de diversas batallas.
Otras interpretaciones del tan amado edificio fueron para revivir una romería durante la invasión napoleónica en “El mensaje” de Fernando Fernán Gómez y como escenario de varios westerns como “La furia de los siete magníficos” de Paul Wendklos, “Al infierno, gringo” de Nathan Juran o “Salario para matar” de Sergio Corbucci. De este modo se puede contemplar el cambio del aspecto exterior de la Ermita desde 1953 hasta 1968.
La Ermita de los Remedios se encuentra en el kilómetro 2,600 de la carretera M-625 en el tramo Colmenar-Guadalix de la Sierra, a unos cinco kilómetros del pueblo de Colmenar.
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María Clara Fuerte
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7:05
1.9.08
Deshacer la bolsa de los zapatos
Zapatillas de deporte para todos, el día de la excursión a la Dehesa de Navalvillar. En el norte de la comarca de Colmenar Viejo (Madrid), donde veraneamos, se habían ya descubierto hace años restos de tumbas de época hispano-visigoda, pero era la primera vez que una excavación arqueológica llevaba a la luz restos de una población del mismo periodo. Llegamos a Navalahija, así se llamaba el asentamiento hispano-visigodo del siglo VII d.de C. que acababan de descubrir, después de recorrer la Dehesa en un pequeño autocar viendo vacas castañas y grises alactando todavía a sus ternerillos ya creciditos. El arqueólogo Fernando Colmenarejo nos acompañó a través de la excavación donde aún trabajaban parte de las treinta personas que habían colaborado en ella dándole a la brocha para liberar la piedra de la tierra que la había cubierto desde tiempo inmemorial. Hizo acomodar colmenareños y veraneantes en una grandísima tienda de campaña y allí, a la sombra, explicó con sencillez y profesionalidad porqué habían elegido ese lugar y no otro, porqué limpiaban sólo el interior de la casa y no el exterior y porqué pensaban que una parte de la construcción era cocina y habitación y la otra era un lugar de trabajo. Sólo cuando hubieran excavado también alrededor de la casa podrían saber como estaba configurado el edificio, aunque su opinión se orientaba hacia la idea de que tenía un tejado a un agua sóla. El guía nos había contado que la finalidad de las excavaciones en un principio había sido establecer si era o no un asentamiento rural de la época hispano-visigoda y también si existía alguna relación con el complejo minero situado cerca de allí. La zona de trabajo estaba dividida en dos compartimentos, uno cubierto donde se había encontrado una gran piedra circular y el otro al aire libre donde estaban depositadas enormes cantidades de escoria. Todo esto hacía pensar a la existencia de una fragua.
El material encontrado, cerámica, tejas, escoria, había sido cuidadosamente catalogato y dividido por grupos.
La escoria será analizada por la Universidad de Minas de Madrid. La cerámica había sido observada por un ceramista de la zona y su opinión es que la composición de la misma es igual a la del suelo, por lo que se cree que los mismos habitantes creaban sus artilugios de cocina. Será estudiada también en otras sedes.
Una vez acabada la interesante conferencia, salimos de la tienda para observar de nuevo la casa objeto de la excavación. En la segunda mirada el ojo se centra en cosas nuevas siempre y si encima te pones a hacer fotos, más todavía. La construcción contaba con dos entradas, una a la primera de las dos habitaciones donde se vivía, la otra a la zona cubierta de trabajo. En total se dividía en cuatro zonas separadas por muros de piedra. Alrededor pero no demasiado cerca, nos había explicado el guía, existían grupos de habitaciones como ésta, probablemente cada una perteneciente a una familia. Aún no había el concepto de pueblo alrededor de la iglesia como lo conocemos hoy. Esa era una zona rural. Colmenar no existía. Los grandes centros urbanos eran Alcalá de Henares y Toledo. Este era un sitio de paso entre Alcalá y la lejana Segovia.
No se han encontrado cementerios en las cercanías, lo que hace pensar en la posibilidad de que esta gente fuese a enterrar a sus muertos en la necrópolis de origen visigodo ubicada en el interior del recinto de la Ermita de Nuestra Señora de los Remedios.
Nos subimos de nuevo al autocar para dirigirnos a la Ermita, pero eso lo contaremos otro día.
Sandalias cómodas usadas en uno de nuestros paseos por Colmenar Viejo, donde descubrimos, gracias a un amabilísimo señor del ayuntamiento, un montón de curiosidades históricas que nos llenaron de orgullo como veraneantes veteranos y que contaremos poco a poco.
Blancas sandalias estilizadas para una de las ocasiones en que fuimos de terracitas a picotear con unos amigos y hablamos, no ya de como habíamos pasado el invierno, pues hoy por hoy con intertet se sabe todo enseguida, sino de proyectos. Soñamos juntos. Es bonito tener personas con las que todavía puedes soñar.
Lentejuelas pardas y violetas cosidas en un triángulo de suave cuero para presumir de falda larga medio india medio hippy con las que se andaba fatal. Al final quedaron reducidas a distancias cortas, poco adaptas a su atractiva y original naturaleza.
Lo mejor, las chanclas de piscina. Todoterreno, indispensables, esenciales. Tres adjetivos que me gustaría poder atribuirme.
Y tu maleta, ¿cómo es?
Para más información acerca de posibles futuras excursiones gratuitas a la zona de la Dehesa o para proponerse como voluntario para las futuras excavaciones en otros grupos de viviendas hispano-visigodas en Navalahija (el Ayuntamiento de Colmenar Viejo tendría que aprobar primero la propuesta lanzada por los arqueólogos), contactad el Centro Cultural Pablo Neruda (C/ Huerta del Convento, 1), 91 845 77 26, en horario de 10:00 h a 13:00 horas
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El material encontrado, cerámica, tejas, escoria, había sido cuidadosamente catalogato y dividido por grupos.
La escoria será analizada por la Universidad de Minas de Madrid. La cerámica había sido observada por un ceramista de la zona y su opinión es que la composición de la misma es igual a la del suelo, por lo que se cree que los mismos habitantes creaban sus artilugios de cocina. Será estudiada también en otras sedes.
Una vez acabada la interesante conferencia, salimos de la tienda para observar de nuevo la casa objeto de la excavación. En la segunda mirada el ojo se centra en cosas nuevas siempre y si encima te pones a hacer fotos, más todavía. La construcción contaba con dos entradas, una a la primera de las dos habitaciones donde se vivía, la otra a la zona cubierta de trabajo. En total se dividía en cuatro zonas separadas por muros de piedra. Alrededor pero no demasiado cerca, nos había explicado el guía, existían grupos de habitaciones como ésta, probablemente cada una perteneciente a una familia. Aún no había el concepto de pueblo alrededor de la iglesia como lo conocemos hoy. Esa era una zona rural. Colmenar no existía. Los grandes centros urbanos eran Alcalá de Henares y Toledo. Este era un sitio de paso entre Alcalá y la lejana Segovia.
No se han encontrado cementerios en las cercanías, lo que hace pensar en la posibilidad de que esta gente fuese a enterrar a sus muertos en la necrópolis de origen visigodo ubicada en el interior del recinto de la Ermita de Nuestra Señora de los Remedios.
Nos subimos de nuevo al autocar para dirigirnos a la Ermita, pero eso lo contaremos otro día.
Sandalias cómodas usadas en uno de nuestros paseos por Colmenar Viejo, donde descubrimos, gracias a un amabilísimo señor del ayuntamiento, un montón de curiosidades históricas que nos llenaron de orgullo como veraneantes veteranos y que contaremos poco a poco.
Blancas sandalias estilizadas para una de las ocasiones en que fuimos de terracitas a picotear con unos amigos y hablamos, no ya de como habíamos pasado el invierno, pues hoy por hoy con intertet se sabe todo enseguida, sino de proyectos. Soñamos juntos. Es bonito tener personas con las que todavía puedes soñar.
Lentejuelas pardas y violetas cosidas en un triángulo de suave cuero para presumir de falda larga medio india medio hippy con las que se andaba fatal. Al final quedaron reducidas a distancias cortas, poco adaptas a su atractiva y original naturaleza.
Lo mejor, las chanclas de piscina. Todoterreno, indispensables, esenciales. Tres adjetivos que me gustaría poder atribuirme.
Y tu maleta, ¿cómo es?
Para más información acerca de posibles futuras excursiones gratuitas a la zona de la Dehesa o para proponerse como voluntario para las futuras excavaciones en otros grupos de viviendas hispano-visigodas en Navalahija (el Ayuntamiento de Colmenar Viejo tendría que aprobar primero la propuesta lanzada por los arqueólogos), contactad el Centro Cultural Pablo Neruda (C/ Huerta del Convento, 1), 91 845 77 26, en horario de 10:00 h a 13:00 horas
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María Clara Fuerte
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