Abbiamo preso una ciambella ogni due persone. Ci turniamo Paolo e io per andare una volta con un bambino, una volta con l’altro. La salita si fa più faticosa dovendo tirare anche la corda del gommone, ma vale la pena scendere scivolando e sentendo la neve che a volte ti arriva in faccia, gridando di gioia e un po’ anche di paura per la velocità che quasi raddoppia scendendo in due. Sali, scendi, sali, scendi, siamo esausti ma ridiamo tutti. Abbiamo appena fatto l’ultima discesa prima di fare una doverosa pausa, io sto già uscendo dalla fine della pista, Paolo si ferma ad aiutare due bambini piccoli che si sono ribaltati con il ciambellone. Mi giro un altro po’ e vedo scendere a tutta velocità due adulti, non faccio nemmeno in tempo a gridare che hanno già investito Paolo, che proteggeva con il suo corpo i due ragazzini. Rimango immobile mentre vedo alzarsi le sue gambe da terra, fino a che la punta del piede è più alta della testa, che nel frattempo rimane per aria, come il resto del corpo, per la forza dell’impatto. Senza riuscire a muovermi vedo passare davanti a me le immagini di una vita, del periodo in cui lui è stato bloccato a letto un mese con una ernia del disco mai operata, di come dovevo caricarmelo sulla schiena per portarlo al bagno, perché lui non poteva camminare, di come dovevo vestirlo, di come ho dovuto lasciarlo inerme una sera con la sola compagnia di Mayte, che allora aveva soltanto 4 anni e andare con Andrea in braccio al pronto soccorso per capire perché un bebé di tre mesi strillava in continuazione in quel modo straziante, dell’attesa lunghissima del pediatra nel corridoio dell’ospedale in un tempo in cui i cellulari non esistevano o noi ancora non condividevamo il loro uso, non mi ricordo, dello stato d’allerta continuo che comporta avere un invalido a casa, nonostante tu cercassi di affrontare tutto sempre come se niente fosse. Dopo un treno interminabile di fotogrammi il corpo di Paolo è arrivato a terra, di schiena, si è sentito il tonfo, nonostante la neve attutisca i suoni. Continuo a non riuscire a muovermi. Lo guardo, con il terrore che non riesca a alzarsi. Lui apri gli occhi, guarda il cielo aperto, mi individua con lo sguardo e molto, molto lentamente comincia a piegare una gamba, poi l’altra. Si gira verso destra a ritmo di lumaca e si ferma. Riesce a fare un altro mezzo giro e s’ inginocchia. Quando lo vedo in piedi mi viene fuori una risata stridula-sospirante. Finalmente riesco a camminare verso di lui, che subito pensa a finire di aiutare a uscire dalla pista i due bambini investiti, che senza un graffio trascinano la ciambella, anche se con molta difficoltà. Ma i loro genitori, dove sono andati?
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13.10.08
Marta scende dal treno
Marta scende dal treno trascinando con fatica la valigia fino a terra. Si guarda intorno, ma non vede nessuna indicazione. Sente il pavimento caldo attraverso le suole sottili. Prende il manico della valigia e comincia a camminare. Si ode soltanto il rumore delle rotelle contro le lastre bollenti. Vede il capostazione seduto su una panchina accanto alla biglietteria e si avvicina.
- Senta, scusi, può dirmi dove posso comprare una bottiglia d’acqua, per favore?
L’uomo si alza e risponde allegro “Ah, signorì, a quest’ora è tutto chiuso. Le conviene aspettare qui all’ombra. Fa caldo, eh?” Lei da un passo indietro e delusa, risponde “Sì, fa piuttosto caldo. Ascolti, non vorrei rimanere qui, preferirei andare a mangiare qualcosa. Può indicarmi qualche ristorante pulito ed economico, per favore? Lui, pensieroso, si tira all’indietro i capelli grigiastri “Mica è facile, sa. Il buco più vicino è Manu, ma ha solo due tavoli e di solito sono occupati dai pensionati del paese.” Guarda incuriosito ma con rispetto la gonna a tubo ocra appena sopra il ginocchio e la camicia corta, rigata ocra e verde, asimmetrica, con il collo alzato e continua “Non le conviene signorì, la guardarebbero tutti strano, sa, lei è vestita diversa dalle nostre mogli. Se vuole vado io a prenderle un panino e se lo mangia tranquilla tranquilla qui sulla panchina. Che ne dice?” Lei, seria, con gli occhi fissi sul pavimento “No, grazie. Non ci sono altri posti anche se meno vicini?” Lui appoggia la mano sul mento e risponde “Beh, sì. C’è “Rosetta”. Sarà a circa un km, ma quella valigia deve essere pesante. Posso tentare di trovare qualcuno che l’accompagni, se vuole.” Lei scuote la testa “No, grazie. Com’è questo locale?” La voce di Marta comincia a incresparsi, la fame e la stanchezza del viaggio cominciano a pesare. Il capostazione risponde, sempre calmo, trascinando le parole “Uh, Rosetta cucina bene assai” avvicina tre dita alla bocca e li bacia, facendo un gran rumore “ci sono quattro piatti fissi a scelta, cinque tavoli e gli operai del lattificio. Mi sa che se la magnerebbero con gli occhi, scusi la sincerità, ma di belle donne da queste parti se ne vedono poche, sa. Da dove viene?” Jessica riesce a mala pena a trattenere una smorfia di fastidio e soddisfa la curiosità dell’uomo in divisa dicendo il minimo indispensabile “Da Roma. Esiste un posto dove secondo lei potrei sedermi in santa pace?” Lui non può evitare una risata e sedendoci di nuovo risponde divertito “Si, la panchina” Jessica sospira “Volevo dire dove poter riposarmi davanti a un piatto caldo e leggere il mio libro tranquilla con un caffè in mano.” Il paesano diventa serio “Mmm, mi faccia pensare… Forse sì, ma non ci sono mai andato. Più in là di “Rosetta” c’è “Il Ristorante”. Lì vanno gli ispettori quando vengono a visitare le fabbriche. Mi sa però che si fa pagà, non so le conviene.” Lei controbatte veloce “Non si preoccupi. Come posso arrivare?” “Segua questa stradina fino alla seconda curva. Al bivio, giri a sinistra e lo trova subito. Sarà un chilometro e mezzo, è sicura di farcela con la valigia? Lei è molto magra, vuole lasciarmela qui?” Jessica ci pensa un attimo e risponde “La ringrazio molto, ma preferisco portarmela dietro, forse più tardi vengono a prendermi in macchina” Lui è sorpreso “Ah, non è da sola…” Lei cerca di essere amabile “Non del tutto. Grazie dell’informazione. Arrivederci” “Di niente, signorì, “ dice l’uomo quasi con pena e aggiunge “è stato un piacere”.
N.A.: vietata la riproduzione senza previo permesso
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- Senta, scusi, può dirmi dove posso comprare una bottiglia d’acqua, per favore?
L’uomo si alza e risponde allegro “Ah, signorì, a quest’ora è tutto chiuso. Le conviene aspettare qui all’ombra. Fa caldo, eh?” Lei da un passo indietro e delusa, risponde “Sì, fa piuttosto caldo. Ascolti, non vorrei rimanere qui, preferirei andare a mangiare qualcosa. Può indicarmi qualche ristorante pulito ed economico, per favore? Lui, pensieroso, si tira all’indietro i capelli grigiastri “Mica è facile, sa. Il buco più vicino è Manu, ma ha solo due tavoli e di solito sono occupati dai pensionati del paese.” Guarda incuriosito ma con rispetto la gonna a tubo ocra appena sopra il ginocchio e la camicia corta, rigata ocra e verde, asimmetrica, con il collo alzato e continua “Non le conviene signorì, la guardarebbero tutti strano, sa, lei è vestita diversa dalle nostre mogli. Se vuole vado io a prenderle un panino e se lo mangia tranquilla tranquilla qui sulla panchina. Che ne dice?” Lei, seria, con gli occhi fissi sul pavimento “No, grazie. Non ci sono altri posti anche se meno vicini?” Lui appoggia la mano sul mento e risponde “Beh, sì. C’è “Rosetta”. Sarà a circa un km, ma quella valigia deve essere pesante. Posso tentare di trovare qualcuno che l’accompagni, se vuole.” Lei scuote la testa “No, grazie. Com’è questo locale?” La voce di Marta comincia a incresparsi, la fame e la stanchezza del viaggio cominciano a pesare. Il capostazione risponde, sempre calmo, trascinando le parole “Uh, Rosetta cucina bene assai” avvicina tre dita alla bocca e li bacia, facendo un gran rumore “ci sono quattro piatti fissi a scelta, cinque tavoli e gli operai del lattificio. Mi sa che se la magnerebbero con gli occhi, scusi la sincerità, ma di belle donne da queste parti se ne vedono poche, sa. Da dove viene?” Jessica riesce a mala pena a trattenere una smorfia di fastidio e soddisfa la curiosità dell’uomo in divisa dicendo il minimo indispensabile “Da Roma. Esiste un posto dove secondo lei potrei sedermi in santa pace?” Lui non può evitare una risata e sedendoci di nuovo risponde divertito “Si, la panchina” Jessica sospira “Volevo dire dove poter riposarmi davanti a un piatto caldo e leggere il mio libro tranquilla con un caffè in mano.” Il paesano diventa serio “Mmm, mi faccia pensare… Forse sì, ma non ci sono mai andato. Più in là di “Rosetta” c’è “Il Ristorante”. Lì vanno gli ispettori quando vengono a visitare le fabbriche. Mi sa però che si fa pagà, non so le conviene.” Lei controbatte veloce “Non si preoccupi. Come posso arrivare?” “Segua questa stradina fino alla seconda curva. Al bivio, giri a sinistra e lo trova subito. Sarà un chilometro e mezzo, è sicura di farcela con la valigia? Lei è molto magra, vuole lasciarmela qui?” Jessica ci pensa un attimo e risponde “La ringrazio molto, ma preferisco portarmela dietro, forse più tardi vengono a prendermi in macchina” Lui è sorpreso “Ah, non è da sola…” Lei cerca di essere amabile “Non del tutto. Grazie dell’informazione. Arrivederci” “Di niente, signorì, “ dice l’uomo quasi con pena e aggiunge “è stato un piacere”.
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Affacciamoci ad una finestra e selezioniamo una scena
Il ciliegio è in fiore, in quel momento splendido in cui tutti i piccoli bouquet bianco intenso sono sbocciati e contrastano con il verde scuro del pino che gli sta dietro. A sinistra sorprende la sagoma capricciosa del salice piangente sbilanciato a destra, quasi volesse tuffarsi nella piscina, in confronto con quelli di forma più classica sparsi nel parco di fronte. In lontananza, risalta la torre degli Orsini al di sopra della sezione triangolare di paese che si intravede fra le due vecchie colline.
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Descriviamo un personaggio
Germana non è né alta né bassa, né grassa né magra. E’ magnificamente proporzionata. Il nero freddo dei lunghi e abbondanti capelli contrasta invece con i due smeraldi che le illuminano il volto. Di solito la sua camminata è slanciata e gracile ed è per questo che l’insolito scrocchiare del ginocchio destro la preoccupa. Sembra un biscotto rotto. Addio alla sua lezione di tango con Francesco.
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22.9.08
Salviamo il bosco. Capitolo V.
Il riscontro. Giada.
- Mayte! Finalmente siete tornate! Ma come vi è venuto in mente di staccarvi dal gruppo! - Mamma, ma abbiamo fatto soltanto una passeggiata.- Mayte, è più di un’ora e mezza che non sappiamo niente di voi. Vi sta cercando la Protezione Civile, tuo padre è disperato in mezzo al bosco. Non fatelo mai più. Avverto subito tutti che siete qui. Paolo? Sono arrivate, stanno bene. Ok, a fra poco. Pino? Sono Giada, avverti la Protezione Civile che le bambine scomparse sono sane e salve nel piazzale. Veniamo subito.- Mamma, mi dispiace, ma abbiamo perso il sentiero, ad un certo punto non abbiamo visto più i segnali rossi sugli alberi e anche se abbiamo cercato di ricordare la cartina che avevamo trovato prima, ci siamo perse lo stesso. Poi abbiamo incontrato all’improvviso un uomo gentile e ci ha detto come uscire dal bosco. Ci ha fatto arrivare al parcheggio, non al punto da dove eravamo partite. Seguendo le macchine abbiamo trovato il modo di tornare qui.- E’ tutto passato, adesso venite a prendere un po’ d’acqua e mangiate qualcosa, avrete fame dopo tutte queste emozioni. Dopo mi raccontate la vostra avventura con calma. Ma ricordatevi per un'altra volta, se si parte in gruppo si torna in gruppo e comunque sia ci si porta dietro il cellulare che tra l’altro serve non solo per avvertire in caso di bisogno, ma anche come orologio. Adesso andiamo insieme agli altri a sentire le battute che avranno i ragazzi in serbo per voi e i rimproveri più o meno dolci degli adulti.Non le vedo né sudate né impaurite. Non sono neanche stanche, potrebbero fare un'altra ora di passeggiata tranquillamente. Sembrano felici, anche se si sentono un po’ impacciate per tutta quest’attenzione intorno a loro. Si rendono conto soltanto ora di tutta l’agitazione che hanno generato. Mayte è preoccupata solo per la reazione che avrà il padre.Mentre torniamo all’accampamento guardo le foglie per terra. E’ molto strano che io non mi sia preoccupata più di tanto. E’ come se una voce interiore mi avesse detto tutto il tempo che le bimbe stavano bene e questo mi ha permesso di vivere l’attesa in modo sereno. Suppongo che soltanto una donna può avere questo tipo di certezze. Forse ancora non ho perso del tutto il collegamento mentale fortissimo che avevo con Mayte quando era più piccola. Forse questo momento di pre-adolescenza ci fa sembrare lontane a volte, ma in realtà comunichiamo lo stesso, o forse adesso possiamo farlo soltanto in stato di allerta, o in posti particolari come questo, dove anche i suoni quasi impercettibili sono comunque segni di vita. Tutte e due siamo ancora in grado di sentire il movimento dei rami degli alberi, di osservare una formica mentre porta il cibo a casa, di goderci il colore e la forma di un fiore. E’ così difficile affrontare giorno dopo giorno il continuo cambiamento di ognuno di noi in mezzo ai ritmi serrati del lavoro e della scuola, delle attività sportive e musicali… Una giornata all’aria aperta ti porta invece a provare sensazioni diverse dentro di te, a capire anche che sei una parte di un insieme grandissimo, piccola ma essenziale e che lo stesso rispetto che vorresti per te lo devi dare ad ogni minuscola creatura che ti sta intorno. Che l’equilibrio di forze che abita dentro il bosco è qualcosa di magico e fragile e che vale la pena lottare per non perderlo. Dovremmo venire più spesso. Forse la mia serenità proveniva semplicemente da qualcosa di più grande di noi, che si sente ma non si vede. Forse è soltanto in luoghi come questo dove uno pensa ai forse. Adesso non rimane che contrastare la giustificata ansia che mio marito avrà accumulato nelle ultime ore trascorse cercando di evitare che alla sua piccolina accadesse qualcosa. La camminata di ritorno gli farà bene, sfogherà un po’ la rabbia contenuta. Conto sul buon umore degli Elli per ironizzare e rallegrare l’ambiente al suo ritorno e poter così finire la giornata seduti per terra, confrontando le nostre esperienze animatamente ma in un clima amichevole, lasciandoci cullare nelle braccia di madre natura.
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- Mayte! Finalmente siete tornate! Ma come vi è venuto in mente di staccarvi dal gruppo! - Mamma, ma abbiamo fatto soltanto una passeggiata.- Mayte, è più di un’ora e mezza che non sappiamo niente di voi. Vi sta cercando la Protezione Civile, tuo padre è disperato in mezzo al bosco. Non fatelo mai più. Avverto subito tutti che siete qui. Paolo? Sono arrivate, stanno bene. Ok, a fra poco. Pino? Sono Giada, avverti la Protezione Civile che le bambine scomparse sono sane e salve nel piazzale. Veniamo subito.- Mamma, mi dispiace, ma abbiamo perso il sentiero, ad un certo punto non abbiamo visto più i segnali rossi sugli alberi e anche se abbiamo cercato di ricordare la cartina che avevamo trovato prima, ci siamo perse lo stesso. Poi abbiamo incontrato all’improvviso un uomo gentile e ci ha detto come uscire dal bosco. Ci ha fatto arrivare al parcheggio, non al punto da dove eravamo partite. Seguendo le macchine abbiamo trovato il modo di tornare qui.- E’ tutto passato, adesso venite a prendere un po’ d’acqua e mangiate qualcosa, avrete fame dopo tutte queste emozioni. Dopo mi raccontate la vostra avventura con calma. Ma ricordatevi per un'altra volta, se si parte in gruppo si torna in gruppo e comunque sia ci si porta dietro il cellulare che tra l’altro serve non solo per avvertire in caso di bisogno, ma anche come orologio. Adesso andiamo insieme agli altri a sentire le battute che avranno i ragazzi in serbo per voi e i rimproveri più o meno dolci degli adulti.Non le vedo né sudate né impaurite. Non sono neanche stanche, potrebbero fare un'altra ora di passeggiata tranquillamente. Sembrano felici, anche se si sentono un po’ impacciate per tutta quest’attenzione intorno a loro. Si rendono conto soltanto ora di tutta l’agitazione che hanno generato. Mayte è preoccupata solo per la reazione che avrà il padre.Mentre torniamo all’accampamento guardo le foglie per terra. E’ molto strano che io non mi sia preoccupata più di tanto. E’ come se una voce interiore mi avesse detto tutto il tempo che le bimbe stavano bene e questo mi ha permesso di vivere l’attesa in modo sereno. Suppongo che soltanto una donna può avere questo tipo di certezze. Forse ancora non ho perso del tutto il collegamento mentale fortissimo che avevo con Mayte quando era più piccola. Forse questo momento di pre-adolescenza ci fa sembrare lontane a volte, ma in realtà comunichiamo lo stesso, o forse adesso possiamo farlo soltanto in stato di allerta, o in posti particolari come questo, dove anche i suoni quasi impercettibili sono comunque segni di vita. Tutte e due siamo ancora in grado di sentire il movimento dei rami degli alberi, di osservare una formica mentre porta il cibo a casa, di goderci il colore e la forma di un fiore. E’ così difficile affrontare giorno dopo giorno il continuo cambiamento di ognuno di noi in mezzo ai ritmi serrati del lavoro e della scuola, delle attività sportive e musicali… Una giornata all’aria aperta ti porta invece a provare sensazioni diverse dentro di te, a capire anche che sei una parte di un insieme grandissimo, piccola ma essenziale e che lo stesso rispetto che vorresti per te lo devi dare ad ogni minuscola creatura che ti sta intorno. Che l’equilibrio di forze che abita dentro il bosco è qualcosa di magico e fragile e che vale la pena lottare per non perderlo. Dovremmo venire più spesso. Forse la mia serenità proveniva semplicemente da qualcosa di più grande di noi, che si sente ma non si vede. Forse è soltanto in luoghi come questo dove uno pensa ai forse. Adesso non rimane che contrastare la giustificata ansia che mio marito avrà accumulato nelle ultime ore trascorse cercando di evitare che alla sua piccolina accadesse qualcosa. La camminata di ritorno gli farà bene, sfogherà un po’ la rabbia contenuta. Conto sul buon umore degli Elli per ironizzare e rallegrare l’ambiente al suo ritorno e poter così finire la giornata seduti per terra, confrontando le nostre esperienze animatamente ma in un clima amichevole, lasciandoci cullare nelle braccia di madre natura.
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Salviamo il bosco
20.9.08
Salviamo il bosco. Capitolo IV.
L'angelo custode. Cosimo
Il ramo che ho trovato per appollaiarmi oggi è stranamente comodo e posizionato bene. Non ci sono tanti alberi davanti e i raggi del sole riescono a passare fra uno e l’altro, creando dei bei disegni per terra, giocando con le ombre. Mi piace osservare le cortecce grigiastre, sentire il sottile rumore del vento fra le foglie. In lontananza intravedo quattro gambe blu; dalle voci capisco che sono uomini, peccato, stavo così bene da solo in mezzo a madre natura … Si avvicinano per il sentiero. Adesso li sento un po’ meglio. Parlano a voce alta, scherzano in modo pesante sulle donne, la morbosità si sente a pelle, o meglio a udito. Sembra che abbiano avvistato qualcuno e si nascondono per non farsi vedere. Guardo dall’altra parte del sentiero, ma non vedo nessuno. Giro il collo il più possibile per cercare di capire cosa ha provocato quella reazione negli uomini. Qualunque cosa sia, non prevedo nulla di buono. Oh, mio Dio, ma sono due ragazzine! Perché mai nascondersi? Le osservo, devono passare vicino al mio albero e se non cambiano traiettoria finiranno proprio davanti ai due quando meno se lo aspettano. Una ha i capelli scuri e lunghi, la carnagione chiarissima, intorno ai 160 cm, slanciata, una Biancaneve dei tempi d’oggi. Ogni tanto si ferma, sente gracchiare le cornacchie e gli chiede il permesso per continuare a camminare nel bosco, le cornacchie si azzittiscono e lei riprende tranquilla la passeggiata, superando agilmente le difficoltà del terreno mentre canta qualcosa sul mare e le sirene. L’altra ragazzina, castana, morbida nei lineamenti, la segue meno svelta, silenziosa, guardandosi intorno con attenzione. Ad un tratto si accorge della presenza dei due uomini lontani che tornano a ridere fra di loro, anche se in modo sommesso. Dai suoi grandi occhi, che all’improvviso appaiono spaventati, cade una lacrima, espressione della tensione fin ora accumulata. Scendo senza far rumore dall’albero, prendo il bastone di mio nonno che avevo lasciato giù e prima che le creature riescano a rendersi conto che sto arrivando, gli do il buon giorno. La ragazzina più bassa mi chiede subito, in modo irruento, se so come uscire dal bosco. La mia presenza sembra sollevarla da un brutto pensiero, il lacrimone è scomparso. Cerco di capire da dove vengano, ma non sono in grado di darmi i nomi dei posti. L’amica delle cornacchie mi descrive il piazzale dove ci sono i genitori e come sono arrivate fin lì. E’ quel che basta per indicargli la strada più diretta per tornare al mondo civilizzato, anche se non seguiranno il sentiero e arriveranno al parcheggio invece che al luogo da cui erano partite. Ho paura dei due “belloni” che si avvicinano spavaldi. Sono ancora lontani per aver sentito le indicazioni da me date a bassa voce, ma non abbastanza da consentire alle ragazzine di scomparire dalla loro vista e raggiungere un punto più sicuro in tempo utile. Li dovrò bloccare in qualche modo. Le due si avviano concentrate per non dimenticare i punti di riferimento appena ascoltati. Io mi giro e vado incontro ai due “gentiluomini”. Faremo una bella chiacchierata lunga lunga, non è così facile togliersi da torno il vecchio calvo Cosimo, quando lui non vuole. Nessuno turberà la pace in questo luogo.
Il ramo che ho trovato per appollaiarmi oggi è stranamente comodo e posizionato bene. Non ci sono tanti alberi davanti e i raggi del sole riescono a passare fra uno e l’altro, creando dei bei disegni per terra, giocando con le ombre. Mi piace osservare le cortecce grigiastre, sentire il sottile rumore del vento fra le foglie. In lontananza intravedo quattro gambe blu; dalle voci capisco che sono uomini, peccato, stavo così bene da solo in mezzo a madre natura … Si avvicinano per il sentiero. Adesso li sento un po’ meglio. Parlano a voce alta, scherzano in modo pesante sulle donne, la morbosità si sente a pelle, o meglio a udito. Sembra che abbiano avvistato qualcuno e si nascondono per non farsi vedere. Guardo dall’altra parte del sentiero, ma non vedo nessuno. Giro il collo il più possibile per cercare di capire cosa ha provocato quella reazione negli uomini. Qualunque cosa sia, non prevedo nulla di buono. Oh, mio Dio, ma sono due ragazzine! Perché mai nascondersi? Le osservo, devono passare vicino al mio albero e se non cambiano traiettoria finiranno proprio davanti ai due quando meno se lo aspettano. Una ha i capelli scuri e lunghi, la carnagione chiarissima, intorno ai 160 cm, slanciata, una Biancaneve dei tempi d’oggi. Ogni tanto si ferma, sente gracchiare le cornacchie e gli chiede il permesso per continuare a camminare nel bosco, le cornacchie si azzittiscono e lei riprende tranquilla la passeggiata, superando agilmente le difficoltà del terreno mentre canta qualcosa sul mare e le sirene. L’altra ragazzina, castana, morbida nei lineamenti, la segue meno svelta, silenziosa, guardandosi intorno con attenzione. Ad un tratto si accorge della presenza dei due uomini lontani che tornano a ridere fra di loro, anche se in modo sommesso. Dai suoi grandi occhi, che all’improvviso appaiono spaventati, cade una lacrima, espressione della tensione fin ora accumulata. Scendo senza far rumore dall’albero, prendo il bastone di mio nonno che avevo lasciato giù e prima che le creature riescano a rendersi conto che sto arrivando, gli do il buon giorno. La ragazzina più bassa mi chiede subito, in modo irruento, se so come uscire dal bosco. La mia presenza sembra sollevarla da un brutto pensiero, il lacrimone è scomparso. Cerco di capire da dove vengano, ma non sono in grado di darmi i nomi dei posti. L’amica delle cornacchie mi descrive il piazzale dove ci sono i genitori e come sono arrivate fin lì. E’ quel che basta per indicargli la strada più diretta per tornare al mondo civilizzato, anche se non seguiranno il sentiero e arriveranno al parcheggio invece che al luogo da cui erano partite. Ho paura dei due “belloni” che si avvicinano spavaldi. Sono ancora lontani per aver sentito le indicazioni da me date a bassa voce, ma non abbastanza da consentire alle ragazzine di scomparire dalla loro vista e raggiungere un punto più sicuro in tempo utile. Li dovrò bloccare in qualche modo. Le due si avviano concentrate per non dimenticare i punti di riferimento appena ascoltati. Io mi giro e vado incontro ai due “gentiluomini”. Faremo una bella chiacchierata lunga lunga, non è così facile togliersi da torno il vecchio calvo Cosimo, quando lui non vuole. Nessuno turberà la pace in questo luogo.
(continuerà...)
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Salviamo il bosco
19.9.08
Salviamo il bosco. Capitolo III.
Domenica. Paolo.
Oggi sembrava una giornata magnifica. Tutti al bosco con panini, in buona compagnia. Siamo usciti e rientrati a casa un po’ di volte, perché c’è sempre qualcosa che ci dimentichiamo: l’acqua, il giacchetto di qualcuno nel caso faccia vento perché ancora siamo alla fine di maggio, il cellulare. L’ultimo oggetto imprescindibile per andare all’aria aperta senza il quale non potevamo assolutamente partire sono stati gli occhiali da sole di mia moglie Giada. Siamo arrivati tardi, con calma, abbiamo fatto una bella chiacchierata con la maestra di Andrea e poi abbiamo cercato gli Elli. Erano ben attrezzati, con sedie e una bella roccia dove appoggiare gli zaini. Titti e Pino sono abituati ad andare in campagna, loro girano spesso con il camper. Abbiamo mangiato insieme mentre si parlava del più e del meno, di quanta gente giovane aveva partecipato all’iniziativa, di chi c’era e chi non c’era, del concerto dell’orchestra sinfonica del Venezuela al quale eravamo andati insieme qualche sera prima, della gara “Invito alla lettura” a cui devono partecipare i bambini, di come era andata quella nazionale della matematica; il tutto godendoci un tiepido sole che riscaldava le ossa quel tanto che basta, senza dover cercare l’ombra dopo qualche minuto. Dopo pranzo i sei ragazzi hanno fatto delle piccole passeggiate nei dintorni, raccontando al ritorno quel che avevano visto e alla fine hanno chiesto il permesso per addentrarsi dentro il bosco. Tutti sapevano già come seguire il sentiero, infatti sono venuti diverse volte con la scuola e quindi abbiamo acconsentito. Titti e mia moglie sono andate a vedere se trovavano altre mamme e Pino e io siamo rimasti a vigilare gli zaini. Nel tirare fuori un altro panino ho scoperto che Mayte non si era portata dietro il cellulare. Ho chiesto a Pino se qualcuno dei suoi figli lo aveva con sé e mi ha risposto di no. Il tempo scorreva gradevolmente. Titti e Giada tornavano paciose, comode nei loro jeans. Titti con l’immancabile cappello dello stesso colore della maglietta, Giada con gli occhiali bianchi e neri che le fanno da fermacapelli, come al solito. Sentiamo gli strilli dei ragazzi che arrivano. Ci giriamo. Mancano le ragazze. In modo concitato ci raccontano che hanno sentito rumori di cinghiali nel bosco e hanno deciso di tornare, ma Ivana e Mayte pensavano che fossero solo uccelli e sono rimaste lì. Giada decide di andare a cercarle e i ragazzi vanno con lei. Non è preoccupata, si fida della prudenza di Mayte e della sua intelligenza per non mettersi nei guai, fin da piccolina se l’è portata dietro sugli scogli pugliesi difficili da scalare, sulle spalle in mare quando ancora non sapeva nuotare e sulle rocce accessibili alle sue gambine delle montagne madrilene. La “spedizione” che parte è allegra e spensierata. Intanto io do un’occhiata in giro, tante volte sono tornate e si sono mescolate nell’allegro e pittoresco miscuglio di gente che riempie la radura. Passa un'altra mezz’ora, Giada torna sempre e soltanto circondata da maschietti e io comincio a preoccuparmi sul serio. Inizio a pensare a tutto ciò che può succedere a due ragazzine nell’immensità di un bosco se non sanno dove stanno e mi viene un’ansia tremenda. Gattaceca ha una estensione considerevole, oltre alle zone che la scuola negli anni ha curato e segnalato con i cartelli. Cerco di tagliare fra gli alberi, per attraversare i sentieri da punti diversi da quelli percorsi da mia moglie. Ci sentiamo al cellulare. Nel frattempo Pino è andato in un'altra direzione, ma torna senza aver trovato nessuno. Ogni minuto che sto in mezzo a quegli alberi sembra un secolo per me. Suona il cellulare, ma non riesco a rispondere, non c’è campo. Il bosco si è infittito molto, non sembra più un posto gradevole dove passare la domenica, ma un luogo da attraversare con cautela, preferibilmente armato almeno con un grande bastone. Trovo un ramo per terra che può che fare al caso mio e mi sento meglio. Comincio però ad innervosirmi in mezzo a quel silenzio. Cerco un punto meno folto e faccio uno squillo, attaccando subito. Mia moglie capisce e richiama. Mi dice che hanno coinvolto la Protezione Civile e che sono partiti alla ricerca di Mayte e Ivana tutto il personale disponibile, anche con il Land Rover. Aggiunge che pare non sia la prima volta che qualcuno si perde nel bosco se lascia il sentiero e dandomi coraggio, attacca. Bene, succede anche agli adulti, quindi figuriamoci a due bimbe distratte da fiori e uccelli. Non posso pensare che abbiano incontrato un animale o peggio ancora un uomo non degno di essere chiamato così. Mi prude tutto, nonostante non faccia caldo. Mi sta venendo la dermatite nell’avambraccio. Ho bisogno di gridare. Le chiamo a squarciagola e cammino, cammino sempre più velocemente.
(continuerà)
***
Oggi sembrava una giornata magnifica. Tutti al bosco con panini, in buona compagnia. Siamo usciti e rientrati a casa un po’ di volte, perché c’è sempre qualcosa che ci dimentichiamo: l’acqua, il giacchetto di qualcuno nel caso faccia vento perché ancora siamo alla fine di maggio, il cellulare. L’ultimo oggetto imprescindibile per andare all’aria aperta senza il quale non potevamo assolutamente partire sono stati gli occhiali da sole di mia moglie Giada. Siamo arrivati tardi, con calma, abbiamo fatto una bella chiacchierata con la maestra di Andrea e poi abbiamo cercato gli Elli. Erano ben attrezzati, con sedie e una bella roccia dove appoggiare gli zaini. Titti e Pino sono abituati ad andare in campagna, loro girano spesso con il camper. Abbiamo mangiato insieme mentre si parlava del più e del meno, di quanta gente giovane aveva partecipato all’iniziativa, di chi c’era e chi non c’era, del concerto dell’orchestra sinfonica del Venezuela al quale eravamo andati insieme qualche sera prima, della gara “Invito alla lettura” a cui devono partecipare i bambini, di come era andata quella nazionale della matematica; il tutto godendoci un tiepido sole che riscaldava le ossa quel tanto che basta, senza dover cercare l’ombra dopo qualche minuto. Dopo pranzo i sei ragazzi hanno fatto delle piccole passeggiate nei dintorni, raccontando al ritorno quel che avevano visto e alla fine hanno chiesto il permesso per addentrarsi dentro il bosco. Tutti sapevano già come seguire il sentiero, infatti sono venuti diverse volte con la scuola e quindi abbiamo acconsentito. Titti e mia moglie sono andate a vedere se trovavano altre mamme e Pino e io siamo rimasti a vigilare gli zaini. Nel tirare fuori un altro panino ho scoperto che Mayte non si era portata dietro il cellulare. Ho chiesto a Pino se qualcuno dei suoi figli lo aveva con sé e mi ha risposto di no. Il tempo scorreva gradevolmente. Titti e Giada tornavano paciose, comode nei loro jeans. Titti con l’immancabile cappello dello stesso colore della maglietta, Giada con gli occhiali bianchi e neri che le fanno da fermacapelli, come al solito. Sentiamo gli strilli dei ragazzi che arrivano. Ci giriamo. Mancano le ragazze. In modo concitato ci raccontano che hanno sentito rumori di cinghiali nel bosco e hanno deciso di tornare, ma Ivana e Mayte pensavano che fossero solo uccelli e sono rimaste lì. Giada decide di andare a cercarle e i ragazzi vanno con lei. Non è preoccupata, si fida della prudenza di Mayte e della sua intelligenza per non mettersi nei guai, fin da piccolina se l’è portata dietro sugli scogli pugliesi difficili da scalare, sulle spalle in mare quando ancora non sapeva nuotare e sulle rocce accessibili alle sue gambine delle montagne madrilene. La “spedizione” che parte è allegra e spensierata. Intanto io do un’occhiata in giro, tante volte sono tornate e si sono mescolate nell’allegro e pittoresco miscuglio di gente che riempie la radura. Passa un'altra mezz’ora, Giada torna sempre e soltanto circondata da maschietti e io comincio a preoccuparmi sul serio. Inizio a pensare a tutto ciò che può succedere a due ragazzine nell’immensità di un bosco se non sanno dove stanno e mi viene un’ansia tremenda. Gattaceca ha una estensione considerevole, oltre alle zone che la scuola negli anni ha curato e segnalato con i cartelli. Cerco di tagliare fra gli alberi, per attraversare i sentieri da punti diversi da quelli percorsi da mia moglie. Ci sentiamo al cellulare. Nel frattempo Pino è andato in un'altra direzione, ma torna senza aver trovato nessuno. Ogni minuto che sto in mezzo a quegli alberi sembra un secolo per me. Suona il cellulare, ma non riesco a rispondere, non c’è campo. Il bosco si è infittito molto, non sembra più un posto gradevole dove passare la domenica, ma un luogo da attraversare con cautela, preferibilmente armato almeno con un grande bastone. Trovo un ramo per terra che può che fare al caso mio e mi sento meglio. Comincio però ad innervosirmi in mezzo a quel silenzio. Cerco un punto meno folto e faccio uno squillo, attaccando subito. Mia moglie capisce e richiama. Mi dice che hanno coinvolto la Protezione Civile e che sono partiti alla ricerca di Mayte e Ivana tutto il personale disponibile, anche con il Land Rover. Aggiunge che pare non sia la prima volta che qualcuno si perde nel bosco se lascia il sentiero e dandomi coraggio, attacca. Bene, succede anche agli adulti, quindi figuriamoci a due bimbe distratte da fiori e uccelli. Non posso pensare che abbiano incontrato un animale o peggio ancora un uomo non degno di essere chiamato così. Mi prude tutto, nonostante non faccia caldo. Mi sta venendo la dermatite nell’avambraccio. Ho bisogno di gridare. Le chiamo a squarciagola e cammino, cammino sempre più velocemente.
(continuerà)
***
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Salviamo il bosco
18.9.08
Salviamo il bosco. Capitolo II.
Sabato. Mayte.
Ecco. Di nuovo dobbiamo seguire mio fratello nelle sue attività “campagnole”. Le mie compagne domani escono a fare la passeggiata in centro e io che faccio? Vado con la famiglia al bosco di Gattaceca. Non è giusto. Con la famiglia Elli poi, che sono tutti maschi. Mamma poteva cercarsi un’amica con figlie femmine, almeno. Non è che non mi piaccia andare lì, mi sono divertita parecchio da piccola, ma adesso ho tredici anni, preferirei fare altre cose. Dovrei farmene una ragione, tanto anche se riuscissi a rimanere a casa mamma e papà non mi avrebbero comunque lasciato andare con le compagne, perché pensano che devo essere più grande per andare in giro da sola. Forse l’unica cosa sensata è accettare la proposta di mia madre: “Invece di stare lì imbronciata, perché non chiami Ivana e le chiedi se vuole venire con noi?” Neanche a Ivana la lasciano uscire in centro ancora. E poi anche lei conosce il bosco, ci siamo andate con la maestra Ginevra durante le elementari, un anno vestite da farfalle e un altro da istrici. Mi ricordo mia madre cucendo enormi ali di nylon colorate la sera perché l’orario d’ufficio non le permetteva di andare il pomeriggio a scuola a cucire con la mamma di Manuel e le altre mamme. Lei non sa niente di cucito, ma non si tira indietro di fronte a nulla. Dice che si può imparare qualunque cosa se uno vuole. I vestiti d’istrice invece li fece la mamma di Ivana con l’aiuto della maestra e di altre due mamme che non lavoravano. Nel bosco ci hanno fotografato da lontano e di dietro in modo che si vedevano bene gli aculei attaccati sulla stoffa ruvida, ma non ci si accorgeva che erano di gommapiuma dipinta di nero e siamo andati a finire sulla copertina di un libro editato dal comune, dove parlavano di tutti gli abitanti del bosco, animali e vegetali. Ancora gira per casa, con la copertina di cartone e l’interno in carta giallastra con tanti disegni e storie realizzati dai bambini della scuola. Mi si distingue soltanto per i capelli scuri a caschetto e perché dal costume fuoriesce un pezzo di manica del mio vecchio piumino verde. Ci siamo sentiti importanti, allora. C’era pure Manuel, chi sa se si ricorda qualcosa. Domani glielo chiedo. Il libro cominciava raccontando di come abbiamo seguito le tracce dell’istrice e di come abbiamo incontrato insetti, uccelli, fiori, cespugli, di come abbiamo imparato ad ascoltare i diversi rumori fra gli alberi e a rispettare tutti i suoi abitanti. Il mio disegno fu scelto per illustrare il “dizionarietto boscoso”, il barbagianni di Ivana fu sistemato nel capitolo destinato agli uccelli e Manuel disegnò i bruttissimi coleotteri tenebrondi.Un'altra volta siamo andati a pulire, ma non con la scuola. Ci hanno dato un cappello giallo, dei guanti e un sacchetto nero e gli organizzatori hanno spiegato ai genitori come insegnarci a prendere la plastica e la carta che trovavamo e come seguire i diversi sentieri.
(continuerà)
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Ecco. Di nuovo dobbiamo seguire mio fratello nelle sue attività “campagnole”. Le mie compagne domani escono a fare la passeggiata in centro e io che faccio? Vado con la famiglia al bosco di Gattaceca. Non è giusto. Con la famiglia Elli poi, che sono tutti maschi. Mamma poteva cercarsi un’amica con figlie femmine, almeno. Non è che non mi piaccia andare lì, mi sono divertita parecchio da piccola, ma adesso ho tredici anni, preferirei fare altre cose. Dovrei farmene una ragione, tanto anche se riuscissi a rimanere a casa mamma e papà non mi avrebbero comunque lasciato andare con le compagne, perché pensano che devo essere più grande per andare in giro da sola. Forse l’unica cosa sensata è accettare la proposta di mia madre: “Invece di stare lì imbronciata, perché non chiami Ivana e le chiedi se vuole venire con noi?” Neanche a Ivana la lasciano uscire in centro ancora. E poi anche lei conosce il bosco, ci siamo andate con la maestra Ginevra durante le elementari, un anno vestite da farfalle e un altro da istrici. Mi ricordo mia madre cucendo enormi ali di nylon colorate la sera perché l’orario d’ufficio non le permetteva di andare il pomeriggio a scuola a cucire con la mamma di Manuel e le altre mamme. Lei non sa niente di cucito, ma non si tira indietro di fronte a nulla. Dice che si può imparare qualunque cosa se uno vuole. I vestiti d’istrice invece li fece la mamma di Ivana con l’aiuto della maestra e di altre due mamme che non lavoravano. Nel bosco ci hanno fotografato da lontano e di dietro in modo che si vedevano bene gli aculei attaccati sulla stoffa ruvida, ma non ci si accorgeva che erano di gommapiuma dipinta di nero e siamo andati a finire sulla copertina di un libro editato dal comune, dove parlavano di tutti gli abitanti del bosco, animali e vegetali. Ancora gira per casa, con la copertina di cartone e l’interno in carta giallastra con tanti disegni e storie realizzati dai bambini della scuola. Mi si distingue soltanto per i capelli scuri a caschetto e perché dal costume fuoriesce un pezzo di manica del mio vecchio piumino verde. Ci siamo sentiti importanti, allora. C’era pure Manuel, chi sa se si ricorda qualcosa. Domani glielo chiedo. Il libro cominciava raccontando di come abbiamo seguito le tracce dell’istrice e di come abbiamo incontrato insetti, uccelli, fiori, cespugli, di come abbiamo imparato ad ascoltare i diversi rumori fra gli alberi e a rispettare tutti i suoi abitanti. Il mio disegno fu scelto per illustrare il “dizionarietto boscoso”, il barbagianni di Ivana fu sistemato nel capitolo destinato agli uccelli e Manuel disegnò i bruttissimi coleotteri tenebrondi.Un'altra volta siamo andati a pulire, ma non con la scuola. Ci hanno dato un cappello giallo, dei guanti e un sacchetto nero e gli organizzatori hanno spiegato ai genitori come insegnarci a prendere la plastica e la carta che trovavamo e come seguire i diversi sentieri.
(continuerà)
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Salviamo il bosco
17.9.08
Salviamo il bosco. Capitolo I.
Venerdì pomeriggio. Andrea.
La maestra Ada ci ha dato un volantino per incontrarci tutti nel bosco domenica. Sono emozionato perché ho sentito mia madre parlare con lei e con la mamma del mio amico Enzo, sono rimaste d’accordo nel vederci lì. La mia maestra Ada ha cinquanta anni, ma è giovanissima e molto originale. Vive in campagna e quindi è forte e sa tante cose, non solo sulla matematica, ma anche sulla terra. Ci insegna a curare un orto nel giardino della scuola e quando il seme diventa pianta, ne dà ad ognuno di noi una da portare a casa (la mia quercia è alta già quindici centimetri, non lo avrei mai detto!), ci porta al fiume e ci fa vedere come far diventare le canne flauti vegetali, dove vivono gli insetti, come fare piccole sedie con l’erbaccia lunga. Mi ricordo il primo anno: ci stupì a tutti perché ci lasciò tenere in classe dei vermi verdi e pelosi che avevamo portato tornando dalla ricreazione. Invece di strillare e rimproverarci come aspettavamo, ci insegnò cosa mangiavano. Ci fece osservare come crescevano, come facevano il bozzolo e un giorno, fra le esclamazioni di sorpresa dei compagni, come diventavano farfalle, brutte, ma farfalle. Fu molto bello vivere la metamorfosi insieme. Anche per questo sono contento che domenica venga pure Enzo, così ho il divertimento assicurato. Lui è molto simpatico e i suoi fratelli più grandi Alessandro e Manuel pure. Io li chiamo il Piccolo, il Medio e il Grande. Si somigliano tantissimo, ma in misure diverse. Tutti castani e robusti. Tra loro hanno soltanto un anno e mezzo di differenza. Enzo e io il bosco lo conosciamo già, siamo andati tre anni fa con la classe, in prima elementare e già allora ci hanno insegnato a distinguere la rosa canina, il mirto, il pungitopo, il rovo, a vedere le orme degli animali, abbiamo preso bacche, muschio, un fiore e qualsiasi cosa attirasse la nostra attenzione. La guida ci raccontava e noi seguivamo la maestra attraverso il sentiero. Poi, alla fine della mattinata, ci hanno dato il diploma di Piccole Guide del Bosco della Regione Lazio. Orgogliosi, siamo tornati a scuola con i nostri tesori e una volta in classe, Ada ce li ha fatti attaccare su carta riciclata dicendoci che questa carta giallina permette che molti alberi continuino a vivere. Alla fine dell’anno ognuno di noi ha potuto esporre il suo libro fatto a mano nello stand della quarta B e i genitori sono stati felici di comprarlo. I genitori comprano sempre tutto quello che facciamo. Mia madre poi sembra sempre che è la prima volta che io faccio qualcosa, lo guarda e lo riguarda esclamando “Oh!” e mi chiede di spiegarle come l’ho fatto e devo dire che, anche se a volte sembra una bambina pure lei, mi piace che faccia così. Ha quaranta anni, come la madre di Enzo, ma nonostante ciò sono belle, ognuna a modo suo. Sono alte, un po’ cicciotelle, una bionda e una mora, una porta sempre il cappello e l’altra sempre gli occhiali da sole. E ridono, ridono quando stanno insieme. Come noi.
La maestra Ada ci ha dato un volantino per incontrarci tutti nel bosco domenica. Sono emozionato perché ho sentito mia madre parlare con lei e con la mamma del mio amico Enzo, sono rimaste d’accordo nel vederci lì. La mia maestra Ada ha cinquanta anni, ma è giovanissima e molto originale. Vive in campagna e quindi è forte e sa tante cose, non solo sulla matematica, ma anche sulla terra. Ci insegna a curare un orto nel giardino della scuola e quando il seme diventa pianta, ne dà ad ognuno di noi una da portare a casa (la mia quercia è alta già quindici centimetri, non lo avrei mai detto!), ci porta al fiume e ci fa vedere come far diventare le canne flauti vegetali, dove vivono gli insetti, come fare piccole sedie con l’erbaccia lunga. Mi ricordo il primo anno: ci stupì a tutti perché ci lasciò tenere in classe dei vermi verdi e pelosi che avevamo portato tornando dalla ricreazione. Invece di strillare e rimproverarci come aspettavamo, ci insegnò cosa mangiavano. Ci fece osservare come crescevano, come facevano il bozzolo e un giorno, fra le esclamazioni di sorpresa dei compagni, come diventavano farfalle, brutte, ma farfalle. Fu molto bello vivere la metamorfosi insieme. Anche per questo sono contento che domenica venga pure Enzo, così ho il divertimento assicurato. Lui è molto simpatico e i suoi fratelli più grandi Alessandro e Manuel pure. Io li chiamo il Piccolo, il Medio e il Grande. Si somigliano tantissimo, ma in misure diverse. Tutti castani e robusti. Tra loro hanno soltanto un anno e mezzo di differenza. Enzo e io il bosco lo conosciamo già, siamo andati tre anni fa con la classe, in prima elementare e già allora ci hanno insegnato a distinguere la rosa canina, il mirto, il pungitopo, il rovo, a vedere le orme degli animali, abbiamo preso bacche, muschio, un fiore e qualsiasi cosa attirasse la nostra attenzione. La guida ci raccontava e noi seguivamo la maestra attraverso il sentiero. Poi, alla fine della mattinata, ci hanno dato il diploma di Piccole Guide del Bosco della Regione Lazio. Orgogliosi, siamo tornati a scuola con i nostri tesori e una volta in classe, Ada ce li ha fatti attaccare su carta riciclata dicendoci che questa carta giallina permette che molti alberi continuino a vivere. Alla fine dell’anno ognuno di noi ha potuto esporre il suo libro fatto a mano nello stand della quarta B e i genitori sono stati felici di comprarlo. I genitori comprano sempre tutto quello che facciamo. Mia madre poi sembra sempre che è la prima volta che io faccio qualcosa, lo guarda e lo riguarda esclamando “Oh!” e mi chiede di spiegarle come l’ho fatto e devo dire che, anche se a volte sembra una bambina pure lei, mi piace che faccia così. Ha quaranta anni, come la madre di Enzo, ma nonostante ciò sono belle, ognuna a modo suo. Sono alte, un po’ cicciotelle, una bionda e una mora, una porta sempre il cappello e l’altra sempre gli occhiali da sole. E ridono, ridono quando stanno insieme. Come noi.
(continuerà...)
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11.9.08
Buio
Buio. Un turbine mi espelle. Luci parallele, forti. Lune bianche che corrono in un cielo bianco. Camice verde. La mia testa fa aprire una porta a vetri. Vedo Tino: sono in salvo. Tino e camice verde parlano di me. La testa continua a percorrere il corridoio all’indietro; la testa di Tino viene con me. Buio. La mia testa è sul letto del reparto. Il mio cervello pensa al ghiaccio . Sento litigare educatamente Tino con l’infermiere per ottenere una coperta. Mi copre, mi bacia e va via. Sete. La bocca si asciuga minuto dopo minuto. Dal polo passo al deserto.
Vedo ogni goccia della flebo scendere dal tubo e vorrei tanto che arrivasse alla mia lingua secca.
Il mio cervello è appoggiato sul cuscino, ma io mi sento un pipistrello a testa in giù. Frastuono. Arriva una nuova donna fra urli e frasi frettolose degli ausiliari. Sono curiosa ma dormo.
Apro gli occhi. Riesco ad alzare un po’ la fronte. Aurora mi lancia dal suo letto una caramella che scivola sopra il mio corpo informe senza che io riesca a muovere un solo muscolo. Rido. Sono sveglia.
***
Vedo ogni goccia della flebo scendere dal tubo e vorrei tanto che arrivasse alla mia lingua secca.
Il mio cervello è appoggiato sul cuscino, ma io mi sento un pipistrello a testa in giù. Frastuono. Arriva una nuova donna fra urli e frasi frettolose degli ausiliari. Sono curiosa ma dormo.
Apro gli occhi. Riesco ad alzare un po’ la fronte. Aurora mi lancia dal suo letto una caramella che scivola sopra il mio corpo informe senza che io riesca a muovere un solo muscolo. Rido. Sono sveglia.
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María Clara Fuerte
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6.9.08
Me gusta escribir.
Me gusta escribir. Esta es la única realidad segura, junto a Dios y a mis afectos, que tengo en este momento. Lo demás son obligaciones más o menos pesadas, más o menos agradables. El hecho es que una vez una ha llegado al núcleo de su ser y lo ha entendido, no puede girarse hacia otro lado y hacer como si no quiere la cosa, pero tampoco puede parar el mundo.
Los niños tienen que seguir creciendo de forma sana y feliz y la educación que tú transmites en cada momento es un equipaje demasiado valioso como para no dedicarle el tiempo necesario.
La pareja hay que alimentarla constantemente para que la monotonía, siempre al acecho, no se tome demasiado terreno. Hay que luchar y eso requiere energía.
Es imprescindible que a su vez crezca tu persona, pues sino no tendrás nada que dar, que compartir, que describir. Para ello es bueno cuidad tu salud, conocer y admirar sitios nuevos para así ampliar los propios horizontes, enriquecerte con las conversaciones e opiniones de seres inteligentes, divertidos o simplemente de buen corazón, disfrutar de la cercanía de la gente que te quiere.
Todo esto es ya una vida, por no hablar de las letras, que solas no se pagan. ¿Cómo se hace para escribir? ¿De dónde pueden salir esas horas de soledad en las que tu cabeza puede volar ligera a otra dimensión? ¿Y sobretodo, cómo se hace para volver?
Haría falta un cuerno mágico como el de Narnia.
Los niños tienen que seguir creciendo de forma sana y feliz y la educación que tú transmites en cada momento es un equipaje demasiado valioso como para no dedicarle el tiempo necesario.
La pareja hay que alimentarla constantemente para que la monotonía, siempre al acecho, no se tome demasiado terreno. Hay que luchar y eso requiere energía.
Es imprescindible que a su vez crezca tu persona, pues sino no tendrás nada que dar, que compartir, que describir. Para ello es bueno cuidad tu salud, conocer y admirar sitios nuevos para así ampliar los propios horizontes, enriquecerte con las conversaciones e opiniones de seres inteligentes, divertidos o simplemente de buen corazón, disfrutar de la cercanía de la gente que te quiere.
Todo esto es ya una vida, por no hablar de las letras, que solas no se pagan. ¿Cómo se hace para escribir? ¿De dónde pueden salir esas horas de soledad en las que tu cabeza puede volar ligera a otra dimensión? ¿Y sobretodo, cómo se hace para volver?
Haría falta un cuerno mágico como el de Narnia.
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